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July 14 2011

Interpretazioni a confronto: "Rivolgete a lui lo sguardo" K584

Si tratta di un'aria scritta per il personaggio di Guglielmo nell'opera Così fan tutte; sarà poi sostituita dalla più breve aria "Non siate ritrosi".
È scritta per la tessitura di basso-baritono, la pagina richiede tre fa diesis acuti, mentre al registro grave scende fino al fa diesis due ottave più sotto (nota solo toccata). Il brano richiede due trilli (il primo che può essere eseguito più breve; ma gli interpreti qui considerati lo eseguono in maniera molto diversa tra loro), ma soprattutto una buona dose di vis comica.


Deludenti

- Justino Diaz: inizia con bella voce, che diventa però poi un po’ stimbrata. Buoni gli acuti, ma i due trilli gli riescono male. L’interpretazione nel complesso sembra un po’ superficiale e il cantante sostanzialmente estraneo allo stile buffo.
- Thomas Quasthoff: l’emissione è particolarmente artificiosa e lo stesso si può dire per la dizione. Cerca di “caricare” alcune frasi, forse per ottenere un effetto comico, ma con brutti risultati. Non esegue il trillo, bensì alterna velocemente le due note (come d’altronde segnato in partitura, forse volutamente per ottenere un effetto comico; è l’unico a farlo). L’interpretazione complessivamente mi pare poco centrata.
- Fernando Corena (1960 con Argeo Quadri): vanta una bella voce, con buoni gravi e ottimi acuti. Dispiace per un po’ di “rigidità” di fondo, che rende difficile il legato. L’interpretazione è poco variata e “monolitica”. Il primo trillo viene completamente omesso.

Discreti

- Nicolas Rivenq (1988): esecuzione penalizzata dal tempo assurdamente rapido staccato dal direttore (Ion Marin). Che dire? il cantante riesce a reggerlo. L’esecuzione non è particolarmente rifinita, ma sostanzialmente corretta.
- Hermann Prey (live 1966): la dizione è fastidiosamente artificiosa (quel “pì-e-tà”, con accento sulla “i” è veramente brutto; per non parlare delle doppie, “se baliamo” - invece di “se balliamo” - o “al par di Essopo” in luogo di “al par di Esopo”). Tuttavia c’è una certa immedesimazione; il cantante ha idea di cosa sia lo stile buffo. Però la dizione è veramente un impaccio, anche nella scioltezza dell’articolazione di certi suoni. Il trillo è abbozzato, ma decoroso.
- Rodney Gilfry (direttore Gardiner): la voce è poco sonora, ma educata e morbida. L’esecuzione è molto corretta, con tutte le appoggiature; il fraseggio è sufficiente vario anche se l’interprete non è particolarmente carismaticao. Un filo difficoltosi risultano i due fa diesis acuti (il terzo è eseguito in una sorta di falsettone).

Ottimi ed eccellenti

- Thomas Hampson (2006 live, con Harding): la voce è morbida e il brano è molto ben cantato, con tanto di appoggiature. L’unico neo è un’interpretazione un po’ “esteriore”; ma in termini vocali Hampson è qui veramente perfetto. C’è qualche difficoltà solo nel finale, probabilmente a causa del tempo sensibilmente più spedito staccato da Harding, che mette alle strette il solista. Ma è poca cosa.

- George London (1953, con Bruno Walter): l’emissione è un pochino ingolata; ci sono diverse sbavature qua e là (errori di pronuncia, qualche nota “sbagliata”, un acuto poco poggiato, lo staccato non proprio preciso). Ma tutto ciò è poca cosa di fronte all’impeto travolgente che il cantante e il direttore imprimono alla pagina.
London compensa ampiamente i difetti con un fraseggio continuamente variato. Esegue molto bene i due trilli, è perfetto tanto nei gravi quanto nei due fa diesis acuti, addirittura imponenti.

- Alessandro Corbelli: stranamente Mackerras (direttore in genere molto attento alle questioni della filologia) non pretende l’esecuzione di tutte le appoggiature (ne vengono realizzate solo alcune).
Corbelli in compenso è perfetto, sia nel canto che come interprete, estremamente spontaneo e vario, con una grande varietà di accenti. Il primo trillo viene eseguito più a lungo che dagli altri e molto bene; il secondo in compenso è un po’ “chioccio” (vuole rendere anche lui l'effetto comico, come Quasthoff?).

- Italo Tajo (scaricabile qui): bella voce, morbida e rotonda. Il direttore (Mario Rossi) stacca un tempo spedito, che però Tajo regge agevolmente.

Anche lui risulta estremamente spontaneo ed immedesimato nella parte. Un valore aggiunto viene dato dal grande gioco di accenti con cui intona il testo (da sentire il modo in cui fraseggia ogni volta in modo diverso le frasi ripetute due volte, su tutte “io ardo, io gemo”; o ancora “se si parla poi di merto, certo io sono ed egli è certo”; per non parlare dello stringendo autenticamente buffonesco sfoggiato nella frase “e qualch’altro capitale abbiam poi ch’alcun non sa”).

La palma del migliore va forse a Tajo, seguito subito da Corbelli e poi da London. Hampson, che cede ad alcuni altri sul piano dell’interpretazione, dà dei punti pressoché a tutti in termini di puro canto.

p.s. La “classifica” è risultata molto diversa da quella di Per questa bella mano. Penso in particolare a Italo Tajo, che mi è parso il migliore, rispetto a Thomas Quasthoff, che non mi ha soddisfatto.
D’altronde le caratteristiche del brano sono molto diverse: anzitutto la tessitura è più acuta, da basso-baritono (e più precisamente da buffo), in secondo luogo non siamo più in ambito drammatico, bensì comico. Diventano quindi molto importanti alcune caratteristiche, dalla dizione, alla scioltezza del sillabato; per cantare quest’aria è necessaria una verve, che Per questa bella mano non richiedeva affatto. Requisiti diversi, a cui rispondono le diverse caratteristiche vocali degli interpreti. E un cantante come Tajo si trova qui senz’altro più nel suo elemento di quanto non si trovasse nell’altra aria.

May 07 2011

Mozart "No che non sei capace" - interpretazioni a confronto


Aria scritta nel 1783, dedicata ad Aloysia Lange (nome da sposata di Aloysia Weber), sorella della futura moglie di Mozart, si tratta di un brano piuttosto impegnativo, che prevede l'esecuzione di lunghi vocalizzi e diversi trilli. La nota più grave in partitura è un re3 (uno solo), ma la voce è spinta più volte mi5. Non stupisce dunque che sia tutte le incisioni disponibili siano state fatte da cantanti che oggi definiamo soprani di "coloratura".


Tutte le versioni considerate si trovano su youtube: basta clickare sul nome dell'interprete per essere reindirizzati al link corrispettivo.

Le meno convincenti:
Hedwig Francillo-Kaufmann (registrazione del 1912): l’esecuzione è decisamente trascurata, con diverse approssimazioni e imprecisioni; la pronuncia in alcuni punti è quanto meno bizzarra. Verso la fine del brano vengono tagliate diverse battute. Nei lunghi vocalizzi conclusivi molte note legate vengono eseguite picchiettate, chiaro retaggio di ciò che il gusto dell’epoca richiedeva ai soprani di coloratura.

Ingeborg Hallstein: l’interprete sfoggia un accento vigoroso. L’emissione tuttavia suona molto artificiosa e la voce un po’ rigida; l’interpretazione nel complesso non convince. Alcune piccole imprecisioni, trascurabili, sono certo imputabili al fatto che si tratta di un’esecuzione dal vivo.
Un aspetto decisamente fastidioso invece deriva dal fatto che in molte delle lunghe colorature, sulla vocale “a”, l’attacco viene fatto con il suono “ia” (non previsto); un trucchetto che alla lunga risulta davvero stucchevole.

Discrete:
Sumi Jo: canta tutto con molta precisione, ma espressivamente è davvero inerte. Curiosamente esegue staccato alcune delle ultime battute eseguite, segnate legato, per di più nell’esposizione e non nella ripetizione; non si possono quindi considerare come variazioni.

Alessandra Kurzak: Inizia con un bell’accento imperioso, che varia un po’ nel corso dell’esecuzione. Canta piuttosto bene, anche se non è brillante come le migliori. Ma il vero problema risiede in una direzione, decisamente ruvida, che in più di un punto mette l'interprete alle strette.

Ottime:
Natalie Dessay: l’accento è più sfumato e lirico. Canta molto bene, anche se alcuni trilli non sono particolarmente brillanti. È l’unica ad eseguire la piccola cadenza prevista in corrispondenza di una fermata (la stessa segnata nello spartito linkato).

Edita Gruberova: l’accento più imperioso e nobile; all’inizio qualche coloratura sembra leggermente "meccanica", ma nel corso dell’aria questo difetto sparisce. I trilli sono veramente perfetti.

Diana Damrau: sfoggia anche lei un accento molto vigoroso, ma l’interpretazione è più variata di quella della Gruberova. L’unico (piccolo) difetto è che all’inizio si sente come un tentativo di scurire la voce; il risultato è leggermente artificioso.

Fuori concorso:
Joan Sutherland (1957): L’ascolto di questa giovane (e rara) incisione della cantante stupirà coloro che ne conoscono le registrazioni successive; la dizione è infatti qui estremamente chiara e l’emissione è assolutamente spontanea.
L’esecuzione è estremamente brillante, ai limiti dell’incredibile; la vocalizzazione è fluida, i trilli perfetti e gli acuti sono centrati con una facilità irrisoria. L’interprete non è particolarmente varia (forse anche a causa del tempo rapido staccato dal direttore), ma la voce emana una spontaneità che conquista.

Piccole questioni di filologia d’esecuzione:
Nessuna delle cantanti esaminate esegue tutte le appoggiature come vorrebbe la prassi interpretativa dell’epoca. Ne esegue diverse Sumi Jo, pochissime la Sutherland; curioso che sia la Dessay che la Damrau ne eseguano alcune solo nella ripetizione di alcune frasi, a mo’ variazioni. La Damrau e la Francillo-Kauffmann sono le uniche ad introdurre di fatto delle vere e proprie variazioni, se pur minime, in alcuni dei da capo.
Natalie Dessay è l’unica ad eseguire la cadenza prevista; Alessandra Kurzak, Edita Gruberova e Diana Damrau eseguono invece una piccola scala discendente (di raccordo) non prevista alla fermata precedente.

April 30 2011

Mozart - "Per questa bella mano", interpretazioni a confronto.

Si tratta di un’aria che Mozart ha scritto per Franz Xaver Gerl, primo interprete del ruolo di Sarastro nel Flauto Magico. La tessitura della pagina è da basso profondo: la voce scende più volte al Fa#1, mentre la nota più acuta è un Re3.
Aria impegnativa per la voce, per le discese al registro grave e per gli sbalzi da questo al registro acuto; è inoltre previsto qualche passaggio di coloratura e soprattutto quattro trilli.
Formalmente si tratta di un'aria bipartita; ad un andante iniziale, segue un allegro. Grande singolarità del brano è la presenza di una impegnativa parte concertante affidata al contrabbasso, che apre l’aria con un assolo e in diversi punti ha il compito di “duettare” con la voce.

Ho scelto registrazioni che possono essere visti su youtube (quella di Tajo l'ho caricata io su megaupload); per vederle (e ascoltarle) basta clickare sul link. Lo spartito si può consultare gratuitamente qui.

La registrazione di Italo Tajo (scaricabile qui) con Mario Rossi (del 1949, con l’Orchestra Rai di Torino) è piuttosto deludente per i numerosissimi tagli; viene ridotta la stessa introduzione con assolo del contrabbasso, sconvolgendo l’aspetto “concertante” della pagina. Anche la parte vocale risulta abbreviata, risparmiando al basso uno dei passaggi più scabrosi di discesa al grave. Proprio le note basse sono quelle che mettono più alle strette Tajo (per scendere sotto il Si1 alcune volte si sente una pausa in cui il cantante prende fiato, prima di riprendere, un escamotage che interrompe di fatto la continuità del legato). Un altro neo è il ricorso a qualche nota “aspirata”. È un peccato, considerato che la sua voce sin dall’inizio si evidenzia come morbida e piacevole e l’accento è piuttosto azzeccato. I due trilli (perché tanti ne rimangono, per via dei tagli) sono eseguiti bene.
L’interpretazione di Justino Diaz, è piuttosto corretta, sebbene la voce è più ordinaria. Tallone d’Achille gli estremi gravi, non sempre bene a fuoco e i trilli non sono perfettamente rifiniti. In compenso è l’unico ad introdurre delle variazioni nei da capo, per quanto piccole: un gruppetto, delle appoggiature (nell’ultimo da capo),
Thomas Quasthoff evidenzia una voce molto più bella e omogenea; il basso-baritono è ottimo negli estremi gravi quanto negli acuti. I trilli sono buoni e il legato è perfetto.
George London vanta una bella voce, giusto un po’ meno spontanea degli altri. Nei gravi estremi è talvolta in difficoltà. Il primo trillo è solo abbozzato; molto bene gli altri invece. Come interprete è forse il più convincete. London è affiancato Bruno Walter, che firma la miglior direzione; inoltre la registrazione vanta il miglior contrabbassista sentito finora. Lo strumentista “canta” autenticamente, ritagliandosi di diritto il ruolo di deuteragonista della voce.
Cesare Siepi canta l’aria in un recital in cui è accompagnato dal solo pianoforte e quindi viene tagliata l’intera parte del contrabbasso. A compensare la perdita, c’è la voce più straordinaria fra quelle qui ascoltate: ricca di armonici, di un’uguaglianza assoluta fra i registri, di uno splendore e opulenza assoluti. Un vero fiume che sgorga spontaneo, con un perfetto senso del legato. L’accento è abbastanza variato e i trilli sono buoni.

Riassumendo: la versione di Siepi è senz’altro la meglio cantata, ma è penalizzata dall’assenza del contrabbasso (e dell’orchestra); quella di London è forse la più adatta a farsi un’idea della pagina, anche grazie al direttore e allo strumento solista, entrambi eccellenti.
Molto riuscita anche la versione di Quasthoff. Corretta e non priva di interesse quella di Diaz.


Una piccola questione musicale: seguendo con lo spartito si può notare come tutti i bassi considerati omettano uno dei trilli segnati in partitura (eseguendone quindi complessivamente solo tre, dei quattro previsti). Fa eccezione Justino Diaz, che ne esegue addirittura uno in più!

La questione riguarda un passaggio della seconda parte dell'aria, che ritorna due volte; dopo una nota tenuta, un La2, la prima volta semplicemente si scende di un'ottava, al La1:

Nella ripetizione, dopo il La2 è invece previsto un trillo:

Tutti gli interpreti (escluso Justino Diaz) nella ripresa omettono questo trillo. London e Siepi eseguono la frase come la prima volta; Quasthoff sostituisce il trillo con una cadenzina all'acuto.
Curiosamente Diaz termina invece la frase entrambe le volte con un trillo.
In un altro video con pianoforte e contrabbasso (reperibile qui) lo stesso cantante esegue entrambe le volte un mordente; nella prima frase si tratterebbe di un'aggiunta, ma nella seconda sostituisce il trillo.

April 18 2011

Due interpretazioni Mozartiane su strumenti d'epoca - La correttezza vs. l'emozione


Di recente ho avuto occasione di ascoltare due diverse esecuzioni dei due concerti mozartiani (18 e 19, K456 e K459), entrambe realizzate su strumenti d’epoca e tenendo presenti le ultime conquiste della filologia in fatto di prassi musicale. Tuttavia nel risultato la differenza si sente.

L’interpretazione di Levin con Hogwood e The Academy of Ancient Music scorre via liscia, estremamente accurata ed interessante, ma senza grandi sorprese. Quella di Staier con ilConcerto Koln invece… è un’autentica rivelazione.

Non starò a soffermarmi sui dettagli; l’aspetto che più di tutti colpisce è il forte senso del teatro e del gioco. Il pianoforte e l’orchestra dialogano, suggerendosi le battute, creando un vivacissimo contrasto tra un tema e quello successivo, tra una frase e quella seguente, realizzando appieno le potenzialità drammaturgiche insite nel testo mozartiano. E in questo contesto l’impiego di abbellimenti, di variazioni nei da capo, assumono tutto un altro senso, nell’ottica di un’interpretazione coerentemente tesa a creare attesa (tensione) e sorpresa (distensione) in chi ascolta.

Evidentemente non bastano gli strumenti antichi e la conoscenza dei testi teorici; alla fine a fare la differenza nei risultati è la capacità dell’artista di utilizzare al meglio gli strumenti che ha a disposizione (anche quelli della filologia), per creare emozione nell’ascoltatore. Cosa che risulta tanto più difficile quando si tratta di pagine di un autore “inflazionato”, come lo è Mozart.




April 04 2011

Concerto del Giardino Armonico a Pavia

Davvero un bel concerto quello tenuto dal Giardino Armonico a Pavia, il 25 marzo. Un programma ben costruito, soprattutto da musica poco nota (con la parziale eccezione delle pagine di Vivaldi, comunque non fra le più celebri del compositore veneziano).
Alcune pagine vedevano sul palco il complesso milanese senza il direttore, Giovanni Antonini, che si presentava solo nelle opere che lo vedevano impegnato nel duplice ruolo di leader e solista, ovvero due concerti di Vivaldi per flautino e uno per flauto. Le composizioni di Dario Castello, Tarquinio Merula, Giovanni Legrenzi e Baldassarre Galuppi erano affidate quindi alla guida del primo violino, Enrico Onofri. E devo dire che… la differenza un po’ l’ho notata.
Una delle caratteristiche più tipiche del Giardino Armonico è di affrontare i brani con una certa vivacità e baldanza e il virtuosismo si accompagna ad una costante concitazione ritmica. L’alta velocità a cui viene affrontata la musica rischia tuttavia di far perdere qualcosa: da un lato la chiarezza dell’intreccio polifonico, dall’altro la logica interna al discorso musicale.
Nei brani in cui dirigeva Antonini, anche quando il tempo era altrettanto spedito, nulla andava a discapito dei dettagli e l’articolazione formale dei brani veniva costruita con chiarezza.

Ma tutto sommato si tratta di piccole critiche, di fronte ad un’interpretazione che è rimasta per tutta la durata del concerto assolutamente interessante e assolutamente godibile.

Programma:

Dario Castello - Sonata XV a quattro
Tarquinio Merula - Sonata a quattro "La Lusignola"
Ciaccona per 2 violini e basso continuo
Dario Castello - Sonata a quattro in do
Giovanni Legrenzi - Seconda sonata a quattro op.10
Vivaldi: Concerto per flautino in do maggiore RV 444
Concerto per flauto in do minore RV 441
Galuppi: Concerto a 4 in sol minore
Vivaldi: Concerto per flautino in do maggiore RV 443

+ bis: Vivaldi, finale da un concerto per flauto; Merula: Ciaccona (ripetuta dal programma)

March 30 2011

JD Florez, tenore - Concerto di un grande artista

15/01/2008 - Recital del tenore Juan Diego Florez, teatro alla Scala di Milano

Il concerto a cui ho assistito lunedì sera, mi ha svelato un aspetto nuovo del tenore, che già seguo ed ammiro da tempo, Juan Diego Florez; più di altre volte sembra aver impostato il programma in maniera ricercata. In questo concerto ho davvero avuto la sensazione che Florez sia maturato, non solo come cantante, ma anche come interprete e come artista.
Nel corso della serata non sono riuscito ad evitare di fare un confronto coll’ultima occasione che ho avuto di ascoltarlo dal vivo, ovvero il concerto che ha tenuto presso l’Università Cattolica, sempre a Milano, lo scorso novembre. Se in quell’incontro (nel corso del quale aveva tra l’altro anche concesso un dialogo-intervista) Florez aveva avuto modo di sfoderare le armi del grande virtuoso, nel concerto di lunedì alla Scala, il tenore sembra aver voluto mostrare di più il lato artistico e poetico del canto. Quest’impressione mi deriva dalla scelta del programma, ricercato e vario, sia nella scelta dei brani, sia nell’interpretazione degli stessi. Il programma comprendeva 6 autori: Mozart, Bellini, Rossini, una compositrice peruviana (Rosa Mercedes Ayarza de Morales), Gluck e Donizetti, (esclusi i bis) ed accostava ad arie d’opera (solo due molto note, quella dal Flauto Magico e la prima dall’Orphée; le altre molto meno) alcuni pezzi da camera. Florez ha eseguito questi brani dimostrando una grande capacità di sfumare, di variare le dinamiche, un porgere elegantissimo (sempre un po’ aristocratico) ed estremamente poetico.
Nel “recital-incontro” tenuto a novembre in Cattolica, Florez aveva “aperto le danze” con un brano tutt’altro che semplice come “Cessa di più resistere” (aria alternativa dal Barbiere rossiniano), aveva avuto modo di sparare un re naturale nella cadenza dall’aria dalla Favorite e fra i bis aveva annoverato Granada e l’ “aria dei nove do” dalla Figlia del reggimento, si nota la differenza rispetto al programma presentato alla Scala (che riporto qui sotto): alcuni momenti di puro virtuosismo non sono mancati (la seconda aria dall’Orphée, quella dall’Elisabetta di Rossini e dalla Linda di Donizetti sopra tutte, direi); e le armi del virtuoso mi sembra che abbiano risposto pienamente all’appello, e tutte quante! Ma al di là di questo, il concerto di lunedì, impostato ed eseguito con gran classe, mi rivelato (o confermato una volta di più) un altro aspetto di questo cantante, quello dell’artista Florez.


Fra i bis (e mi è giunto inaspettato) mi ha emozionato sopra tutti gli altri una magnifica (a mio parere) esecuzione di “Ah! leve-toi, soleil”, veramente trascinante; direi che meritano comunque una menzione anche una Furtiva lagrima estremamente sfumata e un La donna è mobile in cui ha mostrato di saper giocare con spavalderia sbarazzina con il pubblico (gli altri bis erano un’aria alternativa dalla Lucrezia Borgia di Donizetti e una romanza di Tosti, eseguiti in maniera esemplare).


Riporto di seguito il programma della serata (che, come l'immagine, è tratto dal sito del Teatro alla Scala):


Tenore Juan Diego Flórez
Pianoforte Vincenzo Scalera

Programma

Wolfgang Amadeus Mozart
Da Die Zauberflöte Dies Bildnis
Da Il re pastore Si spande al sole in faccia

Vincenzo Bellini
La ricordanza
Da Bianca e Fernando All’udir del padre afflitto

Gioachino Rossini
L’esule
L’orgia
Da Musique Anodine Prélude (piano solo)
Da Elisabetta Regina d’Inghilterra Deh! troncate

Rosa Mercedes Ayarza de Morales
Cuando la tortora llora
Malhaya
Si mi voz muriera en tierra
La rosa y el clavel
Hasta la guitarra llora

Christoph Willibald Gluck
Da Orphée et Eurydice J’ai perdu mon Euridice
Da Orphée et Eurydice L’espoir renaît dans mon âme

Gaetano Donizetti
Da Linda di Chamounix Linda!... Si ritirò

March 09 2008

Opera Prima - Maria Stuarda alla Scala 18/01/2008

18/01/2008 - Maria Stuarda alla Scala

Come promesso nel mio precedente post, parlerò di una serata all’opera. La prima opera che trova spazio su questo blog. Per questo ho deciso di assegnarle il numero di Opus 1.

Quando sul sito del teatro alla Scala di Milano ho letto, oramai mesi fa, il cast di questa Maria Stuarda, ho deciso che non avrei assolutamente potuto perdere l’opera. Nella locandina spiccavano infatti i nomi dei tre cantanti protagonisti: Mariella Devia, Anna Caterina Antonacci e Francesco Meli, ovvero due grandissime prime donne contemporanee, affermate a livello mondiale, ed un giovane tenore molto promettente. Cosa desiderare di più, per la realizzazione dell’opera di Donizetti?

Prima di descrivere la recita, c’è da fare una premessa: già dalla trasmissione radiofonica della Prima (il 15/01), questo spettacolo aveva attirato l’attenzione del mondo dei melomani, che quella sera si è attaccato al più vicino apparecchio radiofonico, per seguire l’andamento della serata e soprattutto giudicare la performance dei cantanti. Nei giorni successivi (io invece non ho avuto modo di ascoltarla) si è diffusa la voce di una Maria Stuarda poco riuscita.

Con questo clima, di attesa generale, mi sono recato venerdì scorso alla seconda recita della Stuarda, con qualche timore e soprattutto la speranza che le critiche rivolte alla Prima non si rivelassero vere anche per la serata che mi aspettava. E in parte così è stato.
Ma andiamo con ordine e veniamo alla protagonista. La Devia avrà anche qualche difetto (l’agilità di forza, la voce meno sonora del solito, si risparmia un po’ nei sopracuti). Ma i rilievi che le si possono muovere, nel corso della serata sono completamente svaniti di fronte alla prova della cantante, che ha rivelato una qualità che sopra tutte fa dimenticare il resto: è in grado di emozionare!
La Devia è in grado di eccellere nelle pagine più brillanti, ma anche di sfumare le pagine più liriche, con tono elegiaco e trasfigurato (fantastico il suo “D’un cor che more”); ma sopra tutto il resto (e non ci avrei mai scommesso) metto la scena del confronto con Elisabetta; la serie di invettive (“Figlia impura di Bolena” ecc.) è stata risolta con un temperamento incredibile e un’esecuzione veramente elettrizzante!
La Antonacci viceversa per me ha rappresentato una parziale delusione: cantante nota per il prorompente temperamento grazie a cui fa dimenticare qualche difettuccio nell’organizzazione vocale, nel personaggio di Elisabetta sembra più attenta a cantare la parte con perizia, trascurando invece l’interpretazione, l’accento; il personaggio risulta meno incisivo di quanto avrei sperato, senza la protervia che si desidererebbe nella regina. La sua voce è risultata sonora nella vasta sala del Piermarini, con acuti centrati ma molto oscillanti (veniva in rilievo un vibrato un po’ troppo ampio).
Molto convincente Francesco Meli nel ruolo di Leicester (salvo piccola stecca nel duetto con Elisabetta, seguita da un immediato brusio nel pubblico, che aveva sentito le cattive recensioni della Prima). Con la sua voce chiara, il registro acuto sicuro e il bel fraseggio, ha offerto una prova veramente molto buona.
Deludenti del tutto invece i due bassi: Terranova e Alberghini; di quest’ultimo si salva un bel fraseggio, ma la voce ha un vibrato talmente largo da vanificare ogni buona intenzione.

Scarso di fantasia il direttore Fogliani, dirige un’orchestra poco coinvolta; adotta tempi genericamente larghi che, se non son brillano di originalità, sono comunque almeno “comodi” per i cantanti.
La regia di Pizzi rappresenta invece la nota più dolente: lo spettacolo (in realtà ripreso da una serie di rappresentazioni estive allo Sferisterio di Macerata) colloca la vicenda in un’ambientazione fissa e atemporale, costituita da gabbie e praticabili sui quali si muovono i personaggi. La scena non avvince, anzi direi proprio che lascia indifferenti, con tutto che ottiene invece qualche effetto sgradevole, per esempio nelle scene dove il coro si deve districare in questo spazio scabro per muoversi sulla scena.

Nel complesso una serata discreta o buona; la ripresa di un’opera di Donizetti, specie di un’opera come Maria Stuarda, al giorno d’oggi si basa soprattutto sulla bontà del cast vocale. Le emozioni offerte da Mariella Devia da sole valevano bene la serata.

Proposta assurda - Copyright da 50 a 95 anni (!!)

Riporto qui la notizia della proposta del commissario europeo Charlie McCreevy, il quale lo scorso febbraio ha presentato una proposta per l'estensione della durata dei diritti d'autore per gli interpreti musicali, dagli attuali 50 anni, a 95. La motivazione addotta è che 50 anni spesso non coprono la durata della vita degli artisti. Se un musicista inizia a registrare attorno ai 20 anni, essendo oggi l'aspettativa di vita in Europa di 75 anni per gli uomini e di 81 per le donne, perderà infatti i diritti sulle proprie registrazioni giovanili.
La motivazione è risibile di per sé: se si vuole coprire la vita media di un artista, il copyright potrebbe essere alzato semmai a 70 anni; o il commissario europeo McCreevy crede ora che l'aspettativa di vita media sia di 115/120 anni??
Inoltre mi piacerebbe sapere quanto incida nella vita di un artista che raggiunge i 90 anni la discografia realizzata a 20. Io credo in maniera irrisoria.

Credo che se questa legge dovesse passare, sarebbe un autentico atto di inciviltà che avrebbe come unico effetto di rendere meno accessibili al pubblico di oggi alcuni grandi capolavori del passato.
Questo in linea di principio. All'atto pratico un simile provvedimento interesserebbe un gruppo di persone ristretto; gli appassionati di musica classica in primo luogo (o anche appassionati di jazz, oggi; fra qualche anno invece inizierà a coinvolgere anche altri generi musicali).
Proprio adesso che le registrazioni di grandi artisti avrebbero potuto diventare patrimonio dell'umanità! (per ragioni cronologiche, l'esempio forse più lampante è quello delle registrazioni della Callas; ma si potrebbero anche fare molti altri esempi).

Inoltre mi sembra un atto completamente anacronistico, vista la tendenza degli ultimi anni che, grazie alle possibilità offerte da internet, ha visto svilupparsi una circolazione sempre più libera della cultura (e di materiale multimediale: testi, musica, immagini, video,…) e dell'informazione.

Inoltre mi chiedo se davvero qualcuno avrebbe da guadagnarci: le case discografiche ci guadagnerebbero davvero così tanto? E gli artisti?
Perdonatemi un'ultima riflessione, ma se viene esteso a 95 anni, le ultime registrazioni di Enrico Caruso (effettuate nel 1920) saranno protette fino al 2015!! dico, Caruso è morto nel 1921, che bisogno ci sarà mai di tutelare le sue registrazioni fino al 2015?? Solo un musicista che dovesse registra musica a 10 anni e arrivare a compierne 105 ne potrebbe trarre giovamento. Tutto ciò è semplicemente assurdo!

Non vedo una buona ragione che sia una per sostenere una legge del genere, che fa l'interesse (ammesso, ma nient'affatto concesso che davvero lo faccia) di pochi, piuttosto che di molti.


Invito chiunque dotato di un minimo di buon senso, chiunque abbia interesse affinché la cultura sia il più possibile libera ed accessibile a tutti, a firmare la petizione online contro questa assurdità:

PETIZIONE ONLINE CONTRO L'ESTENSIONE DELLA DURATA DEI DIRITTI D'AUTORE DA 50 A 95 ANNI

March 03 2008

Un'incantevole cantante del passato - Alma Gluck

Volevo approfittare di questo spazio per scrivere due righe a proposito di una cantante del passato, di cui ho avuto modo di ascoltare di recente una serie di registrazioni (riversate in maniera eccezionale in cd per la sua etichetta da Ward Marston - www.marstonrecords.com).
La cantante in questione è il soprano americano Alma Gluck (nata Reba Feirsohn - 1884-1938), cantante oggi poco nota, ricordata forse solo per essersi guadagnata un posto nel Guinness dei primati, essendo stata la prima cantante un cui disco ha raggiunto il milione di copie, cantando una canzone popolare americana (il "cross-over", o meglio il fenomeno del cantante lirico, anche famoso ed affermato, che si dedica alla musica leggera non è certo stato inventato di recente) e forse anche per aver cantato nella ripresa al Metropolitan dell' "Orfeo ed Euridice" di Gluck, voluta da Toscanini (nel ruolo di Ombra Felice).
Mi sono deciso a scrivere di lei a seguito dell'ascolto di due cd in cui sono riversate parecchie incisioni di questo soprano, sia di arie d'opera che di brani da camera, nonchè di canzoni popolari di vari paesi.
La Gluck è un'interprete semplicemente incantevole; canta sia le arie che gli altri brani con ottima tecnica e grande gusto (per lo più molto sobrio, anche se all'occasione sa essere spiritosa nei brani che lo richiedono, come nei magnifici duetti dall' "Hansel und Gretel" di Humperdinck, con il contralto Louise Homer e in qualche canzone). La voce, perfettamente appoggiata sul fiato, è costantemente morbida e duttile. Un'altra qualità che mi ha stupito in questa cantante è la grande spontaneità ed immediatezza con cui il canto sembra "fluire", tanto nelle arie d'opera che negli altri brani.

Per dare un'idea di questa cantante, a puro titolo esemplificativo, ho scelto (si può ascoltare qui sotto) un brano di Rimsky-Korsakov: il soprano ha modo di sfoggiare un'emissione purissima, un ottimo legato e una intonazione perfetta.

Il soprano americano si mostra inoltre un'artista estremamente eclettica: oltre a spiccare la scelta di repertorio molto variegato, basta dare un'occhiata all'elenco delle lingue nelle quali canta (ben nove!): inglese, francese, italiano, tedesco, spagnolo, ucraino, russo, yiddish ed ebraico (!). Mi permetto di scegliere un altro paio di brani, in cui canta un brano di Saint-Saens, con accompagnamento di violino e una canzone popolare irlandese; nel primo fra l'altro ha modo di duettare con il marito, il violinista Efrem Zimbalist.

Con questo chiudo il mio breve e sentito omaggio a questa cantante; credo d'altronde che l'ascolto possa renderle molta più giustizia che non le mie parole.


ALMA GLUCK

Nikolay Rimsky-Korsakov: "La sposa dello Zar", aria di Lyubasha (cantato in tedesco)
(disco Victor - 14 febbraio 1916)

Camille Saint-Saens: "Le Bonheur est Chose Légère" - con Efrem Zimbalist, violino (nell'originale francese)
(disco Victor - 14 novembre 1914)

"As a Beam O'er the Face of Waters" (tradizionale irlandese; testo riscritto in inglese)
(disco Victor - 6 marzo 1914)



Alma Gluck mentre impara il "Charleston"

Un'incantevole cantante del passato - Alma Gluck

Volevo approfittare di questo spazio per scrivere due righe a proposito di una cantante del passato, di cui ho avuto modo di ascoltare di recente una serie di registrazioni (riversate in maniera eccezionale in cd per la sua etichetta da Ward Marston - www.marstonrecords.com).
La cantante in questione è il soprano americano Alma Gluck (nata Reba Feirsohn - 1884-1938), cantante oggi poco nota, ricordata forse solo per essersi guadagnata un posto nel Guinness dei primati, essendo stata la prima cantante un cui disco ha raggiunto il milione di copie, cantando una canzone popolare americana (il "cross-over", o meglio il fenomeno del cantante lirico, anche famoso ed affermato, che si dedica alla musica leggera non è certo stato inventato di recente) e forse anche per aver cantato nella ripresa al Metropolitan dell' "Orfeo ed Euridice" di Gluck, voluta da Toscanini (nel ruolo di Ombra Felice).
Mi sono deciso a scrivere di lei a seguito dell'ascolto di due cd in cui sono riversate parecchie incisioni di questo soprano, sia di arie d'opera che di brani da camera, nonchè di canzoni popolari di vari paesi.
La Gluck è un'interprete semplicemente incantevole; canta sia le arie che gli altri brani con ottima tecnica e grande gusto (per lo più molto sobrio, anche se all'occasione sa essere spiritosa nei brani che lo richiedono, come nei magnifici duetti dall' "Hansel und Gretel" di Humperdinck, con il contralto Louise Homer e in qualche canzone). La voce, perfettamente appoggiata sul fiato, è costantemente morbida e duttile. Un'altra qualità che mi ha stupito in questa cantante è la grande spontaneità ed immediatezza con cui il canto sembra "fluire", tanto nelle arie d'opera che negli altri brani.

Per dare un'idea di questa cantante, a puro titolo esemplificativo, ho scelto (si può ascoltare qui sotto) un brano di Rimsky-Korsakov: il soprano ha modo di sfoggiare un'emissione purissima, un ottimo legato e una intonazione perfetta.

Il soprano americano si mostra inoltre un'artista estremamente eclettica: oltre a spiccare la scelta di repertorio molto variegato, basta dare un'occhiata all'elenco delle lingue nelle quali canta (ben nove!): inglese, francese, italiano, tedesco, spagnolo, ucraino, russo, yiddish ed ebraico (!). Mi permetto di scegliere un altro paio di brani, in cui canta un brano di Saint-Saens, con accompagnamento di violino e una canzone popolare irlandese; nel primo fra l'altro ha modo di duettare con il marito, il violinista Efrem Zimbalist.

Con questo chiudo il mio breve e sentito omaggio a questa cantante; credo d'altronde che l'ascolto possa renderle molta più giustizia che non le mie parole.


ALMA GLUCK

Nikolay Rimsky-Korsakov: "La sposa dello Zar", aria di Lyubasha (cantato in tedesco)
(disco Victor - 14 febbraio 1916)

Camille Saint-Saens: "Le Bonheur est Chose Légère" - con Efrem Zimbalist, violino (nell'originale francese)
(disco Victor - 14 novembre 1914)

"As a Beam O'er the Face of Waters" (tradizionale irlandese; testo riscritto in inglese)
(disco Victor - 6 marzo 1914)



Alma Gluck mentre impara il "Charleston"

February 01 2008

Appunti - Idee per un blog (intenti e propositi)

Dopo parecchio tempo perso a pensare un titolo per un blog, finalmente mi sono deciso ad aprirlo! Ho scelto di chiamarlo In Corso d’Opera essenzialmente per due motivi: il primo è che mi erano venuti in mente 2 o 3 bellissimi titoli; purtroppo erano già stati usati: qualcuno me li aveva rubati ancora prima che li pensassi (a voi non capita mai che qualcuno vi rubi delle idee geniali prima ancora che le abbiate avute? beh, a me sì! umpf!) e quindi ho dovuto sceglierne un altro. Questo non l’aveva ancora preso nessuno.

Il secondo motivo è che ancora non ho bene un’idea chiara di ciò di cui voglio scrivere in questo blog, di che ruolo dare a questo spazio in rete. Dopo aver dovuto rinunciare a fantastici giochi di parole (vedi sopra; tsk!), ho ripiegato su questo più modesto gioco sulla parola “opera”, essendo io appassionato di opera lirica (e anche di musica strumentale, in realtà), in questo blog annoterò senz’altro qualche riflessione sulla musica, anche perchè ho poche occasioni di condividere questa mia passione con qualcuno. E questo è un primo (vago, se vogliamo) indirizzo che darò a questo spazio. Ma penso che vorrò scrivere anche di altri argomenti, che so, di letteratura, di cinema, politica… (di che cavolo voglio parlare?)

Come accennavo, non ho ancora chiaro che ruolo riservare a questo blog… Forse dovrei andare più a monte: cos’è un blog? Una serie di riflessioni concentrate su di un argomento specifico? su di un qualsiasi argomento che mi passi per la testa? un diario in rete (quindi dove si dedica dello spazio anche a questioni personali)?
Credo che una risposta a questa domanda la troverò solo col tempo, man mano che proseguirò a scrivere... in corso d’opera, appunto. Intanto inizio con lo scrivere questa prima riflessione; da qualche parte bisogna pure iniziare. Il resto verrà…

January 31 2008

JD Florez, tenore - Concerto di un grande artista

15/01/2008 - Recital del tenore Juan Diego Florez, teatro alla Scala di Milano

Il concerto a cui ho assistito lunedì sera, mi ha svelato un aspetto nuovo del tenore, che già seguo ed ammiro da tempo, Juan Diego Florez; più di altre volte sembra aver impostato il programma in maniera ricercata. In questo concerto ho davvero avuto la sensazione che Florez sia maturato, non solo come cantante, ma anche come interprete e come artista.
Nel corso della serata non sono riuscito ad evitare di fare un confronto coll’ultima occasione che ho avuto di ascoltarlo dal vivo, ovvero il concerto che ha tenuto presso l’Università Cattolica, sempre a Milano, lo scorso novembre. Se in quell’incontro (nel corso del quale aveva tra l’altro anche concesso un dialogo-intervista) Florez aveva avuto modo di sfoderare le armi del grande virtuoso, nel concerto di lunedì alla Scala, il tenore sembra aver voluto mostrare di più il lato artistico e poetico del canto. Quest’impressione mi deriva dalla scelta del programma, ricercato e vario, sia nella scelta dei brani, sia nell’interpretazione degli stessi. Il programma comprendeva 6 autori: Mozart, Bellini, Rossini, una compositrice peruviana (Rosa Mercedes Ayarza de Morales), Gluck e Donizetti, (esclusi i bis) ed accostava ad arie d’opera (solo due molto note, quella dal Flauto Magico e la prima dall’Orphée; le altre molto meno) alcuni pezzi da camera. Florez ha eseguito questi brani dimostrando una grande capacità di sfumare, di variare le dinamiche, un porgere elegantissimo (sempre un po’ aristocratico) ed estremamente poetico.
Nel “recital-incontro” tenuto a novembre in Cattolica, Florez aveva “aperto le danze” con un brano tutt’altro che semplice come “Cessa di più resistere” (aria alternativa dal Barbiere rossiniano), aveva avuto modo di sparare un re naturale nella cadenza dall’aria dalla Favorite e fra i bis aveva annoverato Granada e l’ “aria dei nove do” dalla Figlia del reggimento, si nota la differenza rispetto al programma presentato alla Scala (che riporto qui sotto): alcuni momenti di puro virtuosismo non sono mancati (la seconda aria dall’Orphée, quella dall’Elisabetta di Rossini e dalla Linda di Donizetti sopra tutte, direi); e le armi del virtuoso mi sembra che abbiano risposto pienamente all’appello, e tutte quante! Ma al di là di questo, il concerto di lunedì, impostato ed eseguito con gran classe, mi rivelato (o confermato una volta di più) un altro aspetto di questo cantante, quello dell’artista Florez.
Fra i bis (e mi è giunto inaspettato) mi ha emozionato sopra tutti gli altri una magnifica (a mio parere) esecuzione di “Ah! leve-toi, soleil”, veramente trascinante; direi che meritano comunque una menzione anche una Furtiva lagrima estremamente sfumata e un La donna è mobile in cui ha mostrato di saper giocare con spavalderia sbarazzina con il pubblico (gli altri bis erano un’aria alternativa dalla Lucrezia Borgia di Donizetti e una romanza di Tosti, eseguiti in maniera esemplare).


Riporto di seguito il programma della serata (che, come l'immagine, è tratto dal sito del Teatro alla Scala):


Tenore Juan Diego Flórez
Pianoforte Vincenzo Scalera

Programma

Wolfgang Amadeus Mozart
Da Die Zauberflöte Dies Bildnis
Da Il re pastore Si spande al sole in faccia

Vincenzo Bellini
La ricordanza
Da Bianca e Fernando All’udir del padre afflitto

Gioachino Rossini
L’esule
L’orgia
Da Musique Anodine Prélude (piano solo)
Da Elisabetta Regina d’Inghilterra Deh! troncate

Rosa Mercedes Ayarza de Morales
Cuando la tortora llora
Malhaya
Si mi voz muriera en tierra
La rosa y el clavel
Hasta la guitarra llora

Christoph Willibald Gluck
Da Orphée et Eurydice J’ai perdu mon Euridice
Da Orphée et Eurydice L’espoir renaît dans mon âme

Gaetano Donizetti
Da Linda di Chamounix Linda!... Si ritirò

January 22 2008

Opera Prima

18/01/2008 - Maria Stuarda alla Scala

Come promesso nel mio precedente post, parlerò di una serata all’opera. La prima opera che trova spazio su questo blog. Per questo ho deciso di assegnarle il numero di Opus 1.

Quando sul sito del teatro alla Scala di Milano ho letto, oramai mesi fa, il cast di questa Maria Stuarda, ho deciso che non avrei assolutamente potuto perdere l’opera. Nella locandina spiccavano infatti i nomi dei tre cantanti protagonisti: Mariella Devia, Anna Caterina Antonacci e Francesco Meli, ovvero due grandissime prime donne contemporanee, affermate a livello mondiale, ed un giovane tenore molto promettente. Cosa desiderare di più, per la realizzazione dell’opera di Donizetti?

Prima di descrivere la recita, c’è da fare una premessa: già dalla trasmissione radiofonica della Prima (il 15/01), questo spettacolo aveva attirato l’attenzione del mondo dei melomani, che quella sera si è attaccato al più vicino apparecchio radiofonico, per seguire l’andamento della serata e soprattutto giudicare la performance dei cantanti. Nei giorni successivi (io invece non ho avuto modo di ascoltarla) si è diffusa la voce di una Maria Stuarda poco riuscita.

Con questo clima, di attesa generale, mi sono recato venerdì scorso alla seconda recita della Stuarda, con qualche timore e soprattutto la speranza che le critiche rivolte alla Prima non si rivelassero vere anche per la serata che mi aspettava. E in parte così è stato.
Ma andiamo con ordine e veniamo alla protagonista. La Devia avrà anche qualche difetto (l’agilità di forza, la voce meno sonora del solito, si risparmia un po’ nei sopracuti). Ma i rilievi che le si possono muovere, nel corso della serata sono completamente svaniti di fronte alla prova della cantante, che ha rivelato una qualità che sopra tutte fa dimenticare il resto: è in grado di emozionare!
La Devia è in grado di eccellere nelle pagine più brillanti, ma anche di sfumare le pagine più liriche, con tono elegiaco e trasfigurato (fantastico il suo “D’un cor che more”); ma sopra tutto il resto (e non ci avrei mai scommesso) metto la scena del confronto con Elisabetta; la serie di invettive (“Figlia impura di Bolena” ecc.) è stata risolta con un temperamento incredibile e un’esecuzione veramente elettrizzante!
La Antonacci viceversa per me ha rappresentato una parziale delusione: cantante nota per il prorompente temperamento grazie a cui fa dimenticare qualche difettuccio nell’organizzazione vocale, nel personaggio di Elisabetta sembra più attenta a cantare la parte con perizia, trascurando invece l’interpretazione, l’accento; il personaggio risulta meno incisivo di quanto avrei sperato, senza la protervia che si desidererebbe nella regina. La sua voce è risultata sonora nella vasta sala del Piermarini, con acuti centrati ma molto oscillanti (veniva in rilievo un vibrato un po’ troppo ampio).
Molto convincente Francesco Meli nel ruolo di Leicester (salvo piccola stecca nel duetto con Elisabetta, seguita da un immediato brusio nel pubblico, che aveva sentito le cattive recensioni della Prima). Con la sua voce chiara, il registro acuto sicuro e il bel fraseggio, ha offerto una prova veramente molto buona.
Deludenti del tutto invece i due bassi: Terranova e Alberghini; di quest’ultimo si salva un bel fraseggio, ma la voce ha un vibrato talmente largo da vanificare ogni buona intenzione.

Scarso di fantasia il direttore Fogliani, dirige un’orchestra poco coinvolta; adotta tempi genericamente larghi che, se non son brillano di originalità, sono comunque almeno “comodi” per i cantanti.
La regia di Pizzi rappresenta invece la nota più dolente: lo spettacolo (in realtà ripreso da una serie di rappresentazioni estive allo Sferisterio di Macerata) colloca la vicenda in un’ambientazione fissa e atemporale, costituita da gabbie e praticabili sui quali si muovono i personaggi. La scena non avvince, anzi direi proprio che lascia indifferenti, con tutto che ottiene invece qualche effetto sgradevole, per esempio nelle scene dove il coro si deve districare in questo spazio scabro per muoversi sulla scena.

Nel complesso una serata discreta o buona; la ripresa di un’opera di Donizetti, specie di un’opera come Maria Stuarda, al giorno d’oggi si basa soprattutto sulla bontà del cast vocale. Le emozioni offerte da Mariella Devia da sole valevano bene la serata.

January 02 2008

Appunti - Idee per un blog

Dopo parecchio tempo perso a pensare un titolo per un blog, finalmente mi sono deciso ad aprirlo! Ho scelto di chiamarlo “In Corso d’Opera” essenzialmente per due motivi: il primo è che mi erano venuti in mente 2 o 3 bellissimi titoli; purtroppo erano già stati usati: qualcuno me li aveva rubati ancora prima che li pensassi (a voi non capita mai che qualcuno vi rubi delle idee geniali prima ancora che le abbiate avute? beh, a me sì! umpf!) e quindi ho dovuto sceglierne un altro. Questo non l’aveva ancora preso nessuno.

Il secondo motivo è che ancora non ho bene un’idea chiara di ciò di cui voglio scrivere in questo blog, di che ruolo dare a questo spazio in rete. Dopo aver dovuto rinunciare a fantastici giochi di parole (vedi sopra; tsk!), ho ripiegato su questo più modesto gioco sulla parola “opera”, essendo io appassionato di opera lirica (e anche di musica strumentale, in realtà), in questo blog annoterò senz’altro qualche riflessione sulla musica, anche perchè ho poche occasioni di condividere questa mia passione con qualcuno. E questo è un primo (vago, se vogliamo) indirizzo che darò a questo spazio. Ma penso che vorrò scrivere anche di altri argomenti, che so, di letteratura, di cinema, politica… (di che cavolo voglio parlare?)

Come accennavo, non ho ancora chiaro che ruolo riservare a questo blog… Forse dovrei andare più a monte: cos’è un blog? Una serie di riflessioni concentrate su di un argomento specifico? su di un qualsiasi argomento che mi passi per la testa? un diario in rete (quindi dove si dedica dello spazio anche a questioni personali)?
Credo che una risposta a questa domanda la troverò solo col tempo, man mano che proseguirò a scrivere... in corso d’opera, appunto. Intanto inizio con lo scrivere questa prima riflessione; da qualche parte bisogna pure iniziare. Il resto verrà…

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