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Interpretazioni a confronto: "Rivolgete a lui lo sguardo" K584

Si tratta di un'aria scritta per il personaggio di Guglielmo nell'opera Così fan tutte; sarà poi sostituita dalla più breve aria "Non siate ritrosi".
È scritta per la tessitura di basso-baritono, la pagina richiede tre fa diesis acuti, mentre al registro grave scende fino al fa diesis due ottave più sotto (nota solo toccata). Il brano richiede due trilli (il primo che può essere eseguito più breve; ma gli interpreti qui considerati lo eseguono in maniera molto diversa tra loro), ma soprattutto una buona dose di vis comica.


Deludenti

- Justino Diaz: inizia con bella voce, che diventa però poi un po’ stimbrata. Buoni gli acuti, ma i due trilli gli riescono male. L’interpretazione nel complesso sembra un po’ superficiale e il cantante sostanzialmente estraneo allo stile buffo.
- Thomas Quasthoff: l’emissione è particolarmente artificiosa e lo stesso si può dire per la dizione. Cerca di “caricare” alcune frasi, forse per ottenere un effetto comico, ma con brutti risultati. Non esegue il trillo, bensì alterna velocemente le due note (come d’altronde segnato in partitura, forse volutamente per ottenere un effetto comico; è l’unico a farlo). L’interpretazione complessivamente mi pare poco centrata.
- Fernando Corena (1960 con Argeo Quadri): vanta una bella voce, con buoni gravi e ottimi acuti. Dispiace per un po’ di “rigidità” di fondo, che rende difficile il legato. L’interpretazione è poco variata e “monolitica”. Il primo trillo viene completamente omesso.

Discreti

- Nicolas Rivenq (1988): esecuzione penalizzata dal tempo assurdamente rapido staccato dal direttore (Ion Marin). Che dire? il cantante riesce a reggerlo. L’esecuzione non è particolarmente rifinita, ma sostanzialmente corretta.
- Hermann Prey (live 1966): la dizione è fastidiosamente artificiosa (quel “pì-e-tà”, con accento sulla “i” è veramente brutto; per non parlare delle doppie, “se baliamo” - invece di “se balliamo” - o “al par di Essopo” in luogo di “al par di Esopo”). Tuttavia c’è una certa immedesimazione; il cantante ha idea di cosa sia lo stile buffo. Però la dizione è veramente un impaccio, anche nella scioltezza dell’articolazione di certi suoni. Il trillo è abbozzato, ma decoroso.
- Rodney Gilfry (direttore Gardiner): la voce è poco sonora, ma educata e morbida. L’esecuzione è molto corretta, con tutte le appoggiature; il fraseggio è sufficiente vario anche se l’interprete non è particolarmente carismaticao. Un filo difficoltosi risultano i due fa diesis acuti (il terzo è eseguito in una sorta di falsettone).

Ottimi ed eccellenti

- Thomas Hampson (2006 live, con Harding): la voce è morbida e il brano è molto ben cantato, con tanto di appoggiature. L’unico neo è un’interpretazione un po’ “esteriore”; ma in termini vocali Hampson è qui veramente perfetto. C’è qualche difficoltà solo nel finale, probabilmente a causa del tempo sensibilmente più spedito staccato da Harding, che mette alle strette il solista. Ma è poca cosa.

- George London (1953, con Bruno Walter): l’emissione è un pochino ingolata; ci sono diverse sbavature qua e là (errori di pronuncia, qualche nota “sbagliata”, un acuto poco poggiato, lo staccato non proprio preciso). Ma tutto ciò è poca cosa di fronte all’impeto travolgente che il cantante e il direttore imprimono alla pagina.
London compensa ampiamente i difetti con un fraseggio continuamente variato. Esegue molto bene i due trilli, è perfetto tanto nei gravi quanto nei due fa diesis acuti, addirittura imponenti.

- Alessandro Corbelli: stranamente Mackerras (direttore in genere molto attento alle questioni della filologia) non pretende l’esecuzione di tutte le appoggiature (ne vengono realizzate solo alcune).
Corbelli in compenso è perfetto, sia nel canto che come interprete, estremamente spontaneo e vario, con una grande varietà di accenti. Il primo trillo viene eseguito più a lungo che dagli altri e molto bene; il secondo in compenso è un po’ “chioccio” (vuole rendere anche lui l'effetto comico, come Quasthoff?).

- Italo Tajo (scaricabile qui): bella voce, morbida e rotonda. Il direttore (Mario Rossi) stacca un tempo spedito, che però Tajo regge agevolmente.

Anche lui risulta estremamente spontaneo ed immedesimato nella parte. Un valore aggiunto viene dato dal grande gioco di accenti con cui intona il testo (da sentire il modo in cui fraseggia ogni volta in modo diverso le frasi ripetute due volte, su tutte “io ardo, io gemo”; o ancora “se si parla poi di merto, certo io sono ed egli è certo”; per non parlare dello stringendo autenticamente buffonesco sfoggiato nella frase “e qualch’altro capitale abbiam poi ch’alcun non sa”).

La palma del migliore va forse a Tajo, seguito subito da Corbelli e poi da London. Hampson, che cede ad alcuni altri sul piano dell’interpretazione, dà dei punti pressoché a tutti in termini di puro canto.

p.s. La “classifica” è risultata molto diversa da quella di Per questa bella mano. Penso in particolare a Italo Tajo, che mi è parso il migliore, rispetto a Thomas Quasthoff, che non mi ha soddisfatto.
D’altronde le caratteristiche del brano sono molto diverse: anzitutto la tessitura è più acuta, da basso-baritono (e più precisamente da buffo), in secondo luogo non siamo più in ambito drammatico, bensì comico. Diventano quindi molto importanti alcune caratteristiche, dalla dizione, alla scioltezza del sillabato; per cantare quest’aria è necessaria una verve, che Per questa bella mano non richiedeva affatto. Requisiti diversi, a cui rispondono le diverse caratteristiche vocali degli interpreti. E un cantante come Tajo si trova qui senz’altro più nel suo elemento di quanto non si trovasse nell’altra aria.

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